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Recensione


Autofocus

Regia Paul Schrader
Genere Drammatico
Durata 105'
Protagonisti Greg Kinnear, Willem Dafoe, Maria Bello
Giudizio

"Una giornata senza sesso è una giornata sprecata". Questa la filosofia di Bob Crane, star televisiva a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, protagonista del serial Gli eroi di Hogan. L’ultimo film di Paul Schrader ripercorre l’ascesa e la caduta di questa semisconosciuto protagonista del piccolo schermo, dalla conoscenza con l’amico John Carpenter (da non confondere con il regista), compagno di filmini e di festini, alla misteriosa uccisione. A Paul Schrader, gran cerimoniere di discese agli inferi (dalle sceneggiature per Scorsese, da Taxi driver ad Al di là della vita alle regie di American gigolò e Hardcore), la vita di Crane non poteva non interessare. E, pur con tutti i limiti didascalici un racconto biografico, il regista newyorkese riesce a trarne un film affascinante e personale. La vicenda umana di Bob Crane diventa un percorso tipicamente schraderiano, con il progressivo disfacimento del protagonista, sempre più preda del vizio. Ma soprattutto ad emergere è l’eterna tensione tra morale puritana e perversione borghese, una lacerazione interiore tutta americana che il regista-sceneggiatore ha sempre messo al centro dei suoi film (basti pensare al George C.Scott di Hardcore, uomo di rigorosi principi costretto a immergersi negli abissi della pornografia, in cui scopre coinvolta la giovane figlia). La grandezza di Autofocus è però nella straordinaria capacità di restituire la tensione morale del racconto attraverso le immagini. La regia riesce a rendere tesa e profonda una vicenda che la semplice sceneggiatura poteva ridurre a pura didascalia. La parabola dissolutiva di Crane viene, ad esempio, sottolineata con grande evidenza dalle scelte cromatiche. La prima parte del film è infatti una sorta di incubo in technicolor, con la vita di Crane che tende ad avere le luci e i colori del serial televisivo di cui è protagonista. La scoperta della perversione arriva quasi per caso, con il ritrovamento da parte della moglie (la compagna di banco del liceo, un classico) di riviste pornografiche, che Crane giustifica con la sua passione per la fotografia. Da qui la conoscenza con John Carpenter, un tecnico esperto nei nuovi sistemi di videoregistrazione che diventerà la guida del protagonista verso l’inferno della perversione. Willem Dafoe è eccezionale e luciferino nei panni di questo Virgilio della pornografia, ma anche Greg Kinnear non è da meno nel ricreare lo stupore perverso ed infantile di Crane. Da qui una serie di orge ed appuntamenti erotici in cui il protagonista si fa riprendere e fotografare dall’amico: un vortice perverso che porterà Crane a bruciare due famiglie. Memorabile è poi la scena in cui le ossessioni erotiche del protagonista e le immagini della serie televisiva si mescolano in un incubo ad occhi aperti, classica materializzazione del senso di colpa tipico del calvinista Schrader. Nella parte finale la vicenda vira verso il noir e Schrader cambia registro visivo: la nettezza delle immagini si sgrana, i movimenti della macchina da presa diventano nervosi e frastagliati per sottolineare il disfacimento fisico e morale del protagonista. Fino al brutale omicidio che pone fine alla sua esistenza. Colpevole o innocente? Schrader non dà giudizi ma si limita a mettere in scena la figura del protagonista e le sue contraddizioni devastanti. E non c’è miglior chiusura di un’altra enunciazione della Crane-filosofia. "Non bevo, non fumo. In fondo ho un vizio solo…".


Luca Palmieri

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