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| LE RECENSIONI - SCHEDA COMPLETA | |
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Pornoriviste
Titolo: Codice a sbarre Categoria: OLD Sito ufficiale: http://welcome.to/pornoriviste Etichetta: Tube records, 2001 |
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| Tre consigli ai ragazzini che incominciano ad ascoltare questa roba: il punk è un’altra cosa; il punk non si ascolta per moda; esistono quintali di dischi punk non solo qualitativamente superiori ma anche decisamente più divertenti. | |
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Una breve premessa riguardo alla scelta di recensire un disco come questo, quando molti altri ben più insigni e ragguardevoli lavori finiscono nelle ultime uscite ma vengono purtroppo ignorati, per problemi vari, dal nostro apparato critico. Diremo allora che nel nostro paese i Pornoriviste stanno iniziando, sulla scia dei Punkreas, a cavalcare la cresta di un successo probabilmente inaspettato e, quindi, un commento a proposito risulta più che attuale in questo momento. Inoltre, opportunità davvero stuzzicante, questo album ci offre l’occasione di gettare luce sulla controversa questione del punk italiano, che pare, in un momento di progressiva massificazione della musica alternativa, riscuotere favori quasi pari (e forse in alcuni casi anche maggiori) ai “prodotti” esteri. L’elemento curioso è che, mentre sempre più i colleghi stranieri tendono ad allontanarsi dalle sonorità originarie del genere, ma in fondo anche dal primo, ruspante garage dei Ramones, i (giovani) punkers italiani preferiscono tentare un recupero, a modo loro, di una certa semplicità strutturale appartenente al passato più che al presente. Una fedeltà su cui non ci sarebbe nulla da ridire: da lì al saper scrivere una buona canzone, poi, passano la capacità di andare contro senza dire ovvietà, di suonare originali, di crearsi uno stile convincente. Tutte cose che mancano tragicamente ai Pornoriviste, salutati tuttavia quali piacevole e fresca proposta emergente (nel senso più lato della parola, dal momento che la loro attività dura ormai da 7 anni) della scena musicale suddetta. Sul piacevole possiamo lasciare aperto il dibattito; resta da chiarire poi come una persona che possieda un minimo di discernimento in materia possa considerare “fresca” una proposta del genere. Ma veniamo con ordine: la voce. Il cantante, Daniele, indeciso fra vari modelli (Tim Armstrong dei Rancid, Johnny Rotten dei Sex Pistols, Billie Joe dei Green Day) sceglie di prenderli in blocco e se li infila in gola come una grossa patata bollente: il risultato è un grottesco mugolio sguaiato che tanto suggerisce la versione cattiva di Olmo, il De Luigi cantante di “Mai dire gol”. Primo errore: aver confuso una spiccata attitudine punk con una voce brutta e forzata come questa. Seconda nota dolente: i testi. Che i nostri non fossero degli intellettuali lo si capiva fin dal rozzo doppio senso del titolo, ma francamente l’accozzaglia di stereotipi (“Cosa ne pensi delle multinazionali / Fame nel mondo più politici maiali”), banalità (“L’autunno sta chiamando / Il mondo è fatto a scale / Quando qualcuno scende / Qualcuno invece sale”), brutture (“Chi sta bene non aiuta / Chi sta male s’incazza e sputa”) è tale da stracciare ogni aspettativa e soffocare tristemente i pochi spunti accettabili, facendo rimpiangere un ipotetico cantato in inglese che non denigri una musica già fin troppo modesta. Il meglio dei Pornoriviste scrittori si ha in pezzi come “La scatola dell’odio”, pastiche di polemiche raffazzonate senza criterio della serie “se non dico almeno una volta governo bastardo non sono più punk” con cui molti fraintendono l’autentico spirito anarcoide che dovrebbe ispirare questo tipo di musica. Infine, il suono. Se c’è una cosa che le menti pensanti del gruppo conoscono a perfezione è come toccare le corde del cuore di tutti i punkettini in erba che affollano i loro concerti. Quindi, via libera a motivetti orecchiabili di taglio quasi sloganistico e di stampo vagamente Punkreas: laddove però tutto questo, nelle canzoni di Cippa e compagni, è colorito di apprezzabili trovate “diversificanti” che elevano il gruppo al di sopra di gran parte dei connazionali, nei Pornoriviste non c’è nient’altro, se non le solite, trite basi in salsa garage (con buona pace di chi il garage l’ha suonato davvero, e come si deve) e assoletti-carosello al cui confronto i Green Day sembrano Emerson, Lake and Palmer. Insomma, il niente assoluto, o quasi: ma la formula sopravvive per i primi cinque, dieci pezzi, poi gli stessi autori si rendono conto che i brani cominciano ad accartocciarsi su se stessi in un deprecabile effetto lassativo, e allora sfoderano tre melodie (“Dammi la verità”, “Come ti va”, “Io sono qui”, ma anche “Il gioco” ammicca visibilmente al pop facile) che potrebbero essere rubate da segreti spartiti firmati Lunapop, prima di congedare l’ascoltatore ormai completamente arruffianato (ma probabilmente sonnecchiante da almeno un quarto d’ora) con un epilogo ancor più inutile dell’apertura. Il risultato finale è quello di un enorme giocattolone plastificato e senz’anima, pasticciato, dilettantistico, fastidiosamente qualunquista, a tratti orecchiabile. E i pochi tentativi di fare qualcosa di diverso (“Cinismo”, “Medicina”, “M.I.B.”, nient’altro, in fondo, se non una riproposizione in forma sincopata, rockeggiante o decelerata delle stesse idee) quando non scadono nella goffaggine, certo non servono a migliorare un lavoro già compromesso in partenza. Non c’è che dire: per quanto qualcuno si sia pronunciato diversamente, di freschezza non c’è proprio traccia. La verità è che il punk a stelle strisce, in formidabile crescendo di pubblico, versa in condizioni pietose allo stesso modo in cui quello d’oltreoceano si avvia sempre più verso l’appiattimento e la mancanza di sorprese: questo “Codice a sbarre” è, in un certo senso, l’ennesima conferma di come le rasoiate di “White riot” e “Anarchy in the U.K.”, appartengano davvero ad un’altra storia. E, con loro, alcune lontane emozioni sempre più irrecuperabili. |
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| Alessio Gambaro | |
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