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Recensione

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LE RECENSIONI - SCHEDA COMPLETA
P.F.M.

Titolo: Serendipity
Categoria: OLD
Sito ufficiale: http://www.pfmpfm.it
Etichetta: S4, 2000
GIUDIZIO:
E' la media ideale tra un ipotetico 6 ½ della parte più "classica" e un 7 di quella più sperimentale.

"Gentile pubblico, stasera siamo qua per un'ottima ragione…". E di ottime ragioni, a ben vedere, ce ne sono almeno due: la prima è che i P.F.M. sono tornati, la seconda che da questa prima traccia, La rivoluzione, si direbbero proprio in forma smagliante. Certo che però suona strano, dai loro strumenti, un simile alternative-rock con cadenze spiccatamente crossover e un entusiasmo da adolescenti in trip… Ma i P.F.M. non erano quelli di Impressioni di settembre, del progressive anni '70, dei concerti oltreoceano e con De Andrè, quelli che tennero alta la bandiera della musica italiana sotto lo strapotere anglofono? Sembrerebbero piuttosto, che so, dei Magazzini della Comunicazione al meglio delle loro performance o dei Subsonica insolitamente maturi. E invece no, sono proprio loro. Parte il secondo pezzo, K.N.A., e la storia non cambia: sperimentazione frizzante, ottima melodia, architettura impeccabile. Ma bravi i nostri attempati rockers, a ritrovare se stessi (tra l'altro dopo una prova poco convincente come l'ultimo Ulisse) in un sound che li ringiovanisce di trent'anni. Unico problema: siamo ancora al brano numero due, e quella in cui ci siamo imbattuti è soltanto una delle due anime dell'album. Perché se avessero insistito su qualcosa di nuovo, stazionando sugli standard delle canzoni finora citate (come di almeno altre quattro), i P.F.M. ci avrebbero regalato un lavoro davvero efficace, oltre che una brillante prova di modernità. E invece ecco qua e là ricordi nostalgici, citazioni scontate della tradizione cantautorale italiana, elucubrazioni pesanti e, spesso, neanche troppo interessanti. Non fraintendiamo: Mussida e soci sono dei musicisti sopraffini e di grande esperienza, che ben sanno come si scrive un pezzo e mai si concedono autentiche cadute. Diciamo allora che una convincente lettura di Serendipity potrebbe essere questa: dove il lavoro di rielaborazione si ferma a metà, mantenendo come punto di riferimento uno schema più classico, abbiamo episodi non brillanti e tendenti al manierismo (su tutti Ore, probabilmente il momento più scontato del disco, e la noiosa Polvere); al contrario, dove si gioca a fare gli underground italiani di fine millennio osando e mettendosi in discussione, si hanno il più delle volte risultati davvero pregevoli, vedi la futurista Domo dozo (scritta con la collaborazione di Fernanda Pivano), la spiazzante Automaticamente (che la dice lunga su come dovrebbe essere, e non è quasi mai, una dignitosa canzone dance-pop), la pungente Sono un dio ma, soprattutto, i due brani d'apertura. Non mancano, comunque, canzoni valide anche sul versante più tradizionale, come L'immenso campo insensato che si colloca fra le cose più riuscite dell'album. Una menzione speciale infine per Nuvole nere (che accanto a quella dei nostri porta la firma di Battiato per le liriche), indecisa tra le due tendenze indicate e tormentata da un eccentrico assolo che potrebbe ricordare certe sonorità del moderno progressive-metal: ciò che ne esce è un assemblato barocco senza troppa verve nè identità.

Alessio Gambaro

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