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Recensione

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LE RECENSIONI - SCHEDA COMPLETA
Pearl Jam

Titolo: Lost dogs
Categoria: NEW
Sito ufficiale: http://pearljamdirect.com/
Etichetta: Epic, 2003
GIUDIZIO:
Eddy Vedder & C. non vogliono lasciare nulla di nascosto, e decidono di svuotare l’immenso archivio dei Pearl Jam, regalando ai nuovi e ai vecchi fans splendide sorprese e malinconie del passato che si credevano perse.

Non c’è rimasto quasi più niente nei cassetti dei Pearl Jam. Con Lost Dogs la band di Seattle ha pubblicato praticamente tutto quello che ha registrato in 14 anni di carriera: B-side, rarità o sperimentazioni disseminate in dischi, demo o vecchie registrazioni sono confluiti in questo doppio CD. Unici sopravissuti (con la stessa formazione degli esordi, fatta eccezione per il solo Matt Cameron, ex batterista dei Soundgarden, entrato in pianta stabile nel gruppo quattro anni fa per la realizzazione di Binaural) della scena grunge, che all’inizio degli anni ’90 aveva infiammato il mondo partendo proprio dalla città piovosa, i Pearl Jam già da alcuni anni hanno smorzato l’impeto e la rabbia che avevano contraddistinto i primi lavori. Nonostante ciò il gruppo non ha mai abbandonato le battaglie contro l’industria musicale e le sue regole, partendo dal prezzo dei biglietti per i suoi concerti, al costo dei CD, all’odiata MTV, per finire con alla guerra contro i bootleg. Dal 2000 Vedder e soci hanno intrapreso una strada mai battuta prima da nessun altro gruppo: ogni live un disco. Il pericolo è quello di inflazionare il mercato, ma a giudicare da questo “nuovo” Lost Dogs i cinque musicisti non sembrano così preoccupati. Lost Dogs è un riassunto musicale di 14 anni d’attività, ma la scelta è ancora una volta coraggiosa e originale, in tipico stile Pearl Jam. Tra i 31 brani non c’è traccia dei titoli storici che hanno dato fama e notorietà alla band americana. La raccolta non è un greatest hits,: nessuna Jeremy quindi, né Alive, né RWM, Better man, Given to fly o Black. I pezzi che compongono il disco sono, come recita il sottotitolo di copertina, b-side e rarità. Tutte le tappe del gruppo di Seattle sono comunque toccate: l’aggressività degli esordi (Ten, Vs., Vitalogy), la sperimentazione (No Code), la riflessione e la maturità (Yield, Binaural e Riot Act).
Si parte forte con All Night e quasi ci si commuove quando si ascolta Alone, perché si assapora un po’ di quella furia che aveva contraddistinto i primi lavori, quelli in cui la band assomigliava a un animale braccato, e riversava la sua grinta attraverso un muro sonoro duro e compatto. Col tempo le cose sono cambiate. Il grunge si è dissolto e i Pearl Jam sono rimasti gli unici alfieri e testimoni di quella stagione, lentamente i capelli sono diventati sempre più corti e anche il volume si è abbassato. Questo percorso musicale si ritrova ini Lost Dogs. Forse è anche per testimoniare il lento passare degli anni, che il secondo dei due dischi che compongono questa antologia è formato quasi interamente da ballate, genere nel quale i PJ sono maestri assoluti. Tra queste spiccano alcune chicche come Footsteps, Wash, Last Kiss e ovviamente Yellow ledbetter; che era la b-side del singolo Jeremy, diventata vero culto tra gli appassionati. Da segnalare anche Education e Hold on direttamente resuscitate dalla preistoria del grunge, che trasudano di dolore di rabbia, ma mai di rassegnazione. Nonostante l’album non sia omogeneo, alternando vere e proprie perle a brani minori e sicuramente dimenticabili della produzione del gruppo, Lost Dogs ha il merito di non essere solo una trovata commerciale, ma di fornire ulteriore materiale per i fans. Le tracce rispecchiano le vibrazioni del gruppo lungo questi anni e lasciano molto spazio alla voce e alla poetica ispirazione di Eddy Vedder.
Alla fine rimane un po’ di malinconia per una stagione, quella del giunge, che all‘inizio del decennio precedente aveva ridato nuovo vigore alla musica mondiale, e della quale comunque rimane un testamento musicale a prescindere dalle icone e dai luoghi comuni dell’industria e dei mass media.

Davide Bressanin

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