|
Epico ed intimista, lirico e realista: anche con Alì Michael Mann conferma di essere uno dei massimi autori del cinema contemporaneo. Il regista statunitense è uno dei pochi nel panorama attuale ad emozionare attraverso meccanismi meramente cinematografici: racconta storie in cui crede e lo fa attraverso le immagini. Alì non fa eccezione. Michael Mann era un fan di Mohammed Alì, personaggio bigger than life, e il pugile convertito all’Islam diventa un tipico personaggio manniano, titanico e fragile al tempo stesso. Un uomo contro, capace di isolarsi dall’ostilità del mondo che lo circonda e di emergere per questo in maniera ancora più netta. A differenza delle tradizionali biografie cinematografiche, Alì non racconta tutta la vita del suo protagonista ma intelligentemente decide di puntare su un singolo periodo, dal 1964, anno della prima conquista del titolo dei pesi massimi, al 1974, quando il pugile riconquista trionfalmente la corona sul ring di Kinshasa in Zaire. In questo modo la storia si compatta e non diventa una pura successione di episodi annedotici come avviene nella maggior parte dei biopic. In quel decennio storico per il secolo che si è appena concluso sono oltretutto racchiusi tutti gli avvenimenti che hanno reso epica la figura di Cassius Clay: i trionfi sportivi, l’amicizia con Malcolm X e l’assassinio del leader dei musulmani di colore, la conversione all’Islam, il tormentato rapporto con le molte donne della sua vita…Pur narrando una storia compatta, Michael Mann non rinuncia al suo stile frammentato: a comporre un mosaico perfetto sono autentiche schegge narrative, che riescono a far emergere Alì in tutta la sua grandezza. Mann alterna le scene di combattimento, realistiche fino a diventare quasi fisicamente dolorose, a quelle intimistiche: in queste ultime il regista usa il suo tipico stile fatto di primissimi piani e di continue variazioni della messa a fuoco, proprio per isolare il personaggio nella sua epica solitudine. La virtù tecnica del regista fa a volte dimenticare come Mann sia anche uno straordinario direttore di attori: si era già visto in Heat, con il serrato confronto tra De Niro e Pacino, e in Insider, dove un intimista Russell Crowe era il degno contraltare di un gigionesco Al Pacino. Qui il regista riesce nell’impresa di fare di Will Smith un grande attore drammatico. L’ex Man in Black, pur non avendo del tutto le phisique du role, incarna Alì in maniera straordinariamente mimetica, dall’espressione del volto al modo di parlare. Ma viene tratto il meglio anche dagli attori di contorno, come l’irriconoscibile Jon Voight nei panni del giornalista sportivo. La meravigliosa tecnica di Mann è rivelata al meglio dal bellissimo incipit in cui i primi anni della vita del pugile scorrono rapidi sullo schermo, alternati ad una scena in cui Alì colpisce senza sosta un punching ball e ad una performance live di un gruppo soul: montaggio serrato, immagini incalzanti e di raro impatto. Chiamatele emozioni.
Luca Palmieri
|