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Recensione


Black Hawk down

Regia Ridley Scott
Genere Bellico
Durata 144'
Protagonisti Josh Hartnett, Tom Sizemore, Ewan McGregor, Sam Shepard
Giudizio

I primi venti minuti di Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg hanno indubbiamente cambiato il modo di rappresentare la guerra nel cinema contemporaneo. Un incipit che sembra porre lo spettatore del centro dell’azione, stordendolo con la forza delle immagine e dei suoni, per molti discutibile ma da cui un certo tipo di cinema non sembra più poter prescindere. Alla sua lezione si rifà anche Black Hawk Down, l’ultima fatica di Ridley Scott, regista che da Il Gladiatore in poi ha ritrovato tutta la sua verve visiva ed ha rilanciato una carriera che sembrava ormai declinante. In Black Hawk Down l’autore di Blade Runner porta alle estreme conseguenze la logica del Soldato Ryan. Per descrivere gli orrori della guerra, Scott ci descrive l’azione quasi in diretta, tanto che le scene d’azioni superano le due ore di durata. Black Hawk Down ci racconta un episodio accaduto realmente durante la guerra in Somalia: un gruppo di marines statunitensi cerca di catturare due luogotenenti del “signore della guerra” Farrah Aidid ma la missione finisce in tragedia, con diciannove soldati morti in battaglia e due elicotteri (i Black Hawk del titolo) abbattuti. Il film, proprio per il suo estremismo narrativo e visivo, è uno degli esempi più interessanti di cinema bellico degli ultimi anni. Rispetto al passato, cambia completamente il modo della rappresentazione: l’interesse dell’autore non è più infatti quello che si racconta e come lo si racconta, ma quello che si vede e il modo in cui lo si fa vedere. In parole semplici, i personaggi vengono quasi aboliti nelle loro psicologie per raccontare la guerra nel suo svolgersi. Gli autentici protagonisti di Black Hawk Down diventano così i dettagli dell’azione, che servono a farci capire la crudezza della guerra e il suo orrore, a volte necessario ma sempre doloroso. Non mancano le scene ipercruente (un soldato diviso in due, un altro sventrato da un razzo e via dicendo) ma il tocco di Ridley Scott si delinea soprattutto nelle scene di massa, governate in maniera magistrale. Esemplare è ad esempio la scena in cui i membri dell’equipaggio di uno dei due elicotteri caduti vengono circondati e linciati da una folla di somali. L’intelligenza di Scott sta anche nell’adattare il soggetto del film e la sua messa in scena postmoderna ad uno schema narrativo classicissimo, come quello del western, da cui deriva evidentemente il meccanismo della pattuglia assediata. La tensione non manca mai, anche se qualche momento di stanca si avverte in questo fuoco di fila incessante. Dove convince meno Black Hawk Down è nella sua filosofia di fondo. L’idea è quella che il film nasca con un intento antimilitarista, corretto però in corsa dopo i fatti dell’undici settembre. Il film comincia infatti con una citazione di Platone (“Solo i morti hanno visto la fine della guerra”) e una serie di didascalie patriottiche quantomai fastidiose. Altrettanto retorica è la chiusura con la lettura di una lettera di uno dei soldati caduti e l’elenco delle vittime di guerra americane. Una nota stonata, anche perché nel film si racconta un episodio tutto sommato poco glorioso della storia militare recente degli Stati Uniti, tanto più che la missione in Somalia si chiuse nella massima fretta dopo la tragedia raccontata nel film. Ma l’America, infiammata dalla guerra al terrorismo e bisognosa di robuste iniezioni di retorica, ha forse apprezzato soprattutto questo posticcio tono patriottico, decretando lo straordinario successo della pellicola.


Luca Palmieri

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