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American Psycho è l’ennesima testimonianza di quanto sia difficile trasportare sullo schermo un grande romanzo. Fin dalla sua uscita nel 1989, l’omonimo libro di Bret Easton Ellis, feroce satira degli anni dello yuppismo, aveva fatto parlare di una sua possibile trasposizione cinematografica. La storia di Patrick Bateman, manager rampante di giorno e feroce serial killer di notte, aveva stuzzicato non poco i producer hollywoodiani. E inizialmente avrebbe dovuto essere un blockbuster, anche se l’impresa di tradurre in immagini accettabili per il grande pubblico la gelida crudeltà di Ellis, in alcune pagine degna del marchese De Sade, non si presentava facile. Si era parlato di David Cronenberg per la regia e il maestro canadese poteva anche essere l’adatto cantore, con la sua impassibile ironia e la sua cartesiana rappresentazione dell’orrore, delle sordide imprese di Bateman. Per la parte del protagonista si era pensato addirittura a Leonardo di Caprio, ma l’eroe del Titanic aveva declinato, per paura di rovinare la sua angelica immagine immergendosi nel folle mondo del serial killer. E così, dopo tanti rifiuti eccellenti, il progetto American Psycho si è via via sgonfiato. Alla fine ne è venuto un film in tutto più modesto del previsto: nella regia, negli attori e nel budget. A dirigerlo è stata chiamata Mary Harron, ex videoartista e regista del misconosciuto Ho Sparato a Andy Warhol, e per la parte di Bateman è stato scelto Christian Bale, anni fa bambino prodigio de L’Impero del Sole di Spielberg e oggi inespressivo e palestrato Big Jim. La trasposizione cinematografica di American Psycho punta tutto sul versante grottesco del romanzo, sulla rappresentazione del mondo vuoto e sovraeccitato dell’alta finanza, limitando al minimo le incursioni nell’horror. Sicuramente il punto di forza del film resta la sceneggiatura, che in alcuni momenti adatta le pagine di Ellis in maniera davvero brillante. Per fare un esempio, lo scrittore newyorchese aveva inframezzato la storia di Bateman con capitoli in cui il protagonista descriveva, da critico musicale provetto, i suoi dischi preferiti, autentici must del pop più commerciale anni Ottanta, da Phil Collins a Whitney Houston. Erano capitoli a parte, che volevano sottolineare ancor di più la piatta superficialità del nostro Bateman. Nel film il protagonista mette su i dischi in questione ed enuncia le sue personalissime recensioni alle vittime designate, un attimo prima di ucciderle. Un modo efficace di non perdere brani del libro altrimenti infilmabili e al contempo spingere con successo sul pedale del grottesco. Ad essere carente il film è però nella regia e negli attori. Bale non convince né per espressività né per phisique du role. La Harron prova ad assecondare l’asettica ironia del romanzo. In alcuni momenti ci riesce (come nella sequenza dei biglietti da visita), spesso si perde in una monotonia quasi televisiva. E soprattutto non sa governare assolutamente i momenti forti della storia. Senza pensare a quello che poteva essere e non è stato, American Psycho rimane un’opera di discreto livello, capace soprattutto di proporre, con efficacia ma senza genio, i temi e l’originalità del capolavoro di Ellis, intrigando soprattutto chi non ha letto il romanzo.
Luca Palmieri
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